Breve racconto

 


Breve racconto che rispecchia la cruda realtà degli haitiani che vivono come immigrati clandestini in Repubblica Dominicana, di Dario Bonomini ( daribo@tiscalinet.it )

Felicien è nero, come nero è il colore che più di ogni altro ci racconta la sua terra. La gente è nera, la disperazione è nera, la magia è nera.

Felicien è un haitiano che ama la vita, un poveraccio scappato da un paese di poveracci che agonizzano di miseria. Da quasi un anno ha lasciato il suo villaggio di contadini perché quel pezzetto di terra arida era troppo piccolo per essere coltivato da tutta la famiglia.

Accompagnato da alcuni trafficanti di uomini del suo paese, ha passato il confine di notte, con altri disgraziati come lui, in un punto non controllato della frontiera dove la vegetazione è ormai quasi del tutto scomparsa. Divisi, e consegnati a gruppi di quattro ai nuovi padroni mulatti, viene rinchiuso in un camion. Come merce la cui deperibilità non interessa a nessuno, dopo alcuni giorni viene finalmente scaricato in un batey della zona di Higuey.

Qui vivono già, svolgendo i lavori più umili e faticosi, molti haitiani, e lui, durante la stagione della raccolta, taglia la canna da zucchero in una piantagione. Crepandosi le mani, usa il suo vecchio machete dalla lama arrugginita. L’unica cosa che ha portato con sé. Terminato il lavoro e ripagatosi il viaggio, il destino gli regala un nuovo padrone, Fernand, un haitiano che vende dipinti batik in un angolo di spiaggia non lontano dalla capitale.

Fernand è un uomo duro, senza sorrisi, nemmeno per chi gli compra un quadro. Il suo sguardo è indecifrabile, sempre nascosto da grossi occhiali neri, e il suo modo di apparire e scomparire improvvisamente, silenzioso come un Tonton Macoute, è inquietante. Qualcuno si azzarda a dire, sottovoce, che abbia fatto parte veramente di quei torturatori.

Felicien invece è allegro, cordiale, di una bellezza semplice e disarmante, e i suoi denti sembrano ancora più bianchi per il contrasto marcato con la carnagione scurissima. Passa le giornate a sorvegliare i quadri del padrone quando lui si assenta, e per arrotondare il poco che guadagna, sale in cima alle palme fruscianti per farsi immortalare come un selvaggio in una foto ricordo, o per staccare con le mani le noci di cocco verdi, che apre poi per i turisti con il suo machete. Lassù è bello scrutare il mare infinito, la brezza lo accarezza e il sole che gli piace tanto lo bacia in viso.

Le signore canadesi e tedesche si mordono le labbra guardando quel ragazzo di vent’anni arrampicarsi agile come una scimmia, con i muscoli delle gambe, della schiena e delle braccia, che saettano ad ogni movimento sotto la pelle lucida di sudore. La notte però, la nostalgia esplode improvvisa.

Non ode più in lontananza, come nel silenzio magico della sua campagna, i tamburi sacri del voudou, quel ritmo ossessivo, misterioso, ipnotico, che entra nelle viscere, ma solo i suoni ripetitivi del merengue che giungono dalla discoteca vicina al miserabile barrio di legno e lamiera dove vive. Felicien pensa a Jacmelle che ha lasciato ancora giovane ed acerba nel villaggio al di là del confine, e che un giorno non lontano, non appena avrà messo da parte un po’ di soldi per ritornare, sposerà.

Questo pensiero fisso gli fa accettare che a volte alcune di quelle straniere, le più spregiudicate e insoddisfatte o forse solo le più ubriache, lo cerchino furtive nell’oscurità, spinte dall’eccitazione fin dentro la sua baracca maleodorante dove a malapena riescono ad entrare. Buttano sul materasso sfondato e sudicio qualche centinaio di pesos e gli chiedono un quarto d’ora di forte emozione. Non pretendono tenerezza, ma solo quel fuoco sopito che i mariti gonfi di birra non sono più in grado di riaccendere. Vogliono sentirsi mancare il respiro, la gola seccarsi e il ventre sciogliersi vischioso ed acre non appena è sfiorato da quelle mani giovani ma già così ruvide, o penetrato da quel sesso finalmente eretto. Amano il suo corpo e il suo odore selvatico, e Felicien le soddisfa tutte, in fretta come un animale, senza doversi troppo impegnare.

Lui le disprezza quelle bianche obese dai corpi flaccidi e viscidi di creme, che prima lo supplicano con le loro voci lagnose, e poi, nel delirio dei sensi da troppo repressi, lo insultano incitandolo “fottimi negro bastardo”, pensando che lui non le capisca. Se solo ne fosse capace, se fosse un houngan, uno stregone, le avrebbe già trasformate in scrofe. I quei momenti rivede il bel visino triste e languido di Jacmelle, le sue treccine ritte come tanti spilli conficcati sulla sua testolina, sente il suo sapore famigliare, i suoi baci e le sue parole…..allora chiude gli occhi e non le guarda più finchè non hanno finito di mugolare come cagne in calore.

Il pomeriggio che cadde dalla palma stava pensando a lei, con una strana angoscia. La sua testa si spaccò con un tonfo sordo sopra una grossa pietra che affiorava dal terreno, e rimbalzò per alcuni centimetri rimanendo immobile con il volto deformato in una smorfia di incredulità. Il sangue che usciva copioso bagnò di rosso cupo la sabbia che circondava quel cranio rasato, aperto come una noce di cocco matura. Respirava ancora, a fatica, e dalla bocca spalancata usciva un rantolo tragico perché la lingua gli si era rivoltata nel palato. Gli occhi sbarrati e avidi di luce, supplicavano la gente che gli si era fatta intorno…..sembravano così alti e gli nascondevano il sole che tanto amava. Mentre un velo di oscurità incominciò ad avvolgerlo, sentì la voce dolce da bambina di Jacmelle che lo chiamava suadente dalle tenebre…” Felicien….viens mon amour….viens chez moi…ca fait long temps que je t’attends…”. Quando il padrone, aiutato da altri due uomini senza volto, si impadronì di quel corpo esanime che gli apparteneva, tutti pensarono ad una corsa disperata verso l’ospedale. Un ospedale dove non arrivò mai.

Due giorni dopo, sotto un cassonetto traboccante di immondizia, ai bordi di una strada secondaria, trovarono un cadavere ricoperto di mosche, con il volto orribilmente tumefatto. Non aveva documenti, e così ridotto nessuno lo riconobbe. Quel corpo non fu mai reclamato.

Un mese prima, al calar della notte, durante una cerimonia voudou, un loa, uno spirito, era entrato dentro il gracile corpo di Jacmelle, che cadde in trance, posseduta. Iniziò a grugnire e grufolare come una scrofa, e ad ingoiare terra, la nera terra di Haiti. Morì soffocata.

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